La bicicletta dalle gomme piene è quella con cui suo padre  Tommaso, dopo averlo caricato sul ‘cannone’, lo portò per un giorno intero con sé per l’isola oggi croata di Lussino, dove risiedevano. E lui, Pippo Santonastaso, si sentiva orgoglioso e felice di ricevere tutte queste attenzione dal babbo. Erano gli anni Quaranta,  Pippo aveva all’incirca 6 anni, suo padre era Procuratore dell’Ufficio delle Imposte Dirette, «un ruolo allora tanto importante come quello del parroco, del sindaco, del maresciallo». E a quel giorno così speciale Pippo Santonastaso, nato a Castel San Giovanni nel 1936, una vita da «ragioniere- cabarettista», come ama definirsi, attore in sceneggiati Tv come Il Maresciallo Rocca (2003) e Puccini (2009), ha dedicato il libro ‘La bicicletta dalle gomme piene’, edito da Pendragom. Una prima prova letteraria, che forse rimarrà tale, in cui racconta la storia della sua «strana e straordinaria famiglia» tra Fascismo, entrata in guerra, Foibe schivate, ricostruzione, boom economico. Tutto convive in 214 pagine in cui Pippo unisce i ricordi di lui bambino, tra paura e dolore, e di lui adolescente, tra fierezza e felicità. C’è la povertà della guerra, ma ci sono anche la sorpresa e la meraviglia della prima bicicletta, della prima Vespa, della prima Seicento. Ci sono gli spostamenti per l’Italia – «a mio padre cambiavano spesso sede, perché diventava troppo amico dei compaesani e per il suo lavoro non andava bene» – fino all’approdo nell’amata Bologna, nel 1953, che è diventata la sua città definitiva. C’è il suo primo provino, a scuola, dove scopre la passione per il teatro e c’è l’incontro con Pupi Avati, che suonava il clarinetto e a cui Pippo aveva chiesto di entrare nella sua band. C’ è la «nostra Bologna», per usare le parole di Avati in una lettera inviata a Pippo all’indomani della pubblicazione del libro, ma c’è soprattutto l’amore autentico per la sua famiglia e la voglia di omaggiarla.  Cominciamo dal titolo, un po’ stravagante. Le gomme di solito sono gonfie o sgonfie…perché piene? Perché la bicicletta con cui ho trascorso l’indimenticabile  pomeriggio con mio padre era da bersagliere, senza camera d’aria, perché non si bucasse, quindi era dura. Non so dove l’avesse recuperata, chi gliela avesse data, ma era bellissima e io ero estasiato. Perché un libro sulla sua famiglia, cosa aveva di speciale? Eravamo 5 fratelli, i genitori e la nonna. E ciascuno aveva una passione diversa, che ci univa. Mia sorella Lucia ad esempio ha fatto la ‘musichiera’, mio fratello Mario lo scultore, mio padre proiettava i film sul muro di casa alla presenza dei vicini, mia zia Elvira Notari è annoverata nell’enciclopedia del cinema come la prima regista donna, mia madre Anna, prima di dedicarsi solo a noi, ha fatto la ‘scugnizza’ nelle sue pellicole. Io sono sempre stato appassionato di Re e Principi e ho voluto lasciare ai miei figli e ai miei nipoti una sorta di diario affinché conoscessero le loro origini. Tra i riconoscimenti, le parole di Pupi Avati. Gli ho spedito il testo perché c’è anche lui, quando entrambi eravamo giovani. Mi ha scritto una bellissima lettera che mi ha commosso. Ma in tanti l’hanno letto e mi hanno ringraziato. Non è solo una raccolta di appunti personali, mi sono documentato, in molti possono ritrovarcisi. L’Italia di allora e quella di oggi, anche nelle relazioni personali, che tanta parte hanno nel libro. Quella di allora era un’Italia felice, in crescita. Oggi c’è troppa superficialità, si passa sopra ogni cosa. Le faccio un esempio: in questi giorni sto organizzando una cena coi miei compagni di classe delle superiori, ne facciamo spesso e siamo contenti. I quarantenni di oggi non ricordano neppure i coetanei. Noi davamo valore a tutto quel che facevamo.  Ma quando vede una bicicletta, cosa pensa? Nei giorni scorsi sono stato a Ferrara, era pieno, ho fotografato tanta gente in sella, di ogni età, e alcuni depositi. Ma la più bella, non c’è dubbio, rimane quella da bersagliere con le gomme piene. 

 

Intervista Pippo Santonastaso